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IL SALENTOLA STORIA DEL SALENTO Le prime tracce della presenza umana in questa penisola, infatti, sono strettamente connesse alle formazioni carsiche che caratterizzano il territorio salentino. Tra le decine di grotte presenti nel Salento davvero in poche non hanno accolto una qualche forma di attività umana. Sulla base degli studi degli elementi e delle traccie rinvenute in queste grotte, la presenza dell’uomo nel Salento risale a più di diecimila anni fa, come sembrano attestare alcuni rinvenimenti di industria litica ascrivibili, appunto, al Paleolitico Superiore. Cavità carsiche come la grotta “Romanelli”, o la grotta “Zinzulusa”, entrambe localizzate nella marina di Castro, pochi chilometri a sud di Otranto, o la grotta "del Cavallo", sull’opposto versante Jonico, sul litorale di Nardò, hanno restituito importantissime tracce materiali riferibili a questo periodo: resti di focolari, ossa umane, di mammiferi e di uccelli, oltre naturalmente a vari strumenti in selce. Il quadro non cambia di molto se dal litorale ci si sposta verso l’interno. Le grotte dell’entroterra erano anch’esse diventate dimora, più o meno stabile delle prime comunità di cacciatori – raccoglitori. Ne sono un evidente esempio la grotta "delle Veneri" di Parabita, o la vicina grotta "del Bambino", così chiamate perché luogo del rinvenimento di due statuette femminili in osso e due denti di bambino rispettivamente. Il successivo periodo neolitico comportò una serie di sconvolgimenti dal punto di vista evolutivo. L’uomo cominciò a coltivare i frutti della terra e ad allevare gli animali che riteneva più utili, per non essere soggetto ai capricci della natura. Tutto questo si tradusse, in termini sociali, nella nascita delle prime aggregazioni stabili, le prime comunità di villaggio. Le grotte non vennero certo abbandonate ma continuarono ad essere frequentate, anche se presumibilmente non più come abitazioni, residenze, ma solo per la forte carica mistica e spirituale che dovevano rivestire. In esse l’uomo del neolitico viveva momenti di aggregazione sociale e manifestava in vari modi le sensazioni vissute nel quotidiano, nel rapporto con la terra, con gli animali e con gli altri individui. Uno splendido esempio di queste espressioni sono le pitture murali della grotta "dei Cervi", sicuramente uno tra i più importanti esempi di arte neolitica in Europa. In queste raffigurazioni vengono rappresentate scene di caccia collettiva al cervo in cui evidenti risultano i segni di quel fenomeno in atto di aggregazione sociale, dal quale la comunità trae beneficio in quanto, unendosi, riesce a far fronte alle necessità di sostentamento. Le migliaia di segni visibili sulle pareti della grotta, anche se oggi risultano a noi incomprensibili ed hanno perso per sempre il loro originario significato, dimostrano senza dubbio la complessità culturale raggiunta da queste comunità. Il processo iniziato in questi millenni non poteva che continuare nella direzione di una sempre maggiore urbanizzazione delle comunità che impararono a trasformare le materie prime che avevano a disposizione. Fu così che, non prima del IV millennio a.C., cominciò la produzione della ceramica, con la comparsa dei primi grossolani impasti di argilla. Contemporaneamente si ebbe, nell’ambito delle comunità proto-urbane, una differenziazione dei ruoli che portò ad una sempre maggiore specializzazione nel lavoro individuale e collettivo. Sembra ormai evidente che proprio in questo periodo, grazie appunto alla specializzazione dei ruoli, nacquero molte delle attività che si andranno poi ad affinare nei secoli successivi. Oggetti realizzati con materie prime allogene denotano l’esistenza delle prime, forse rudimentali ma efficaci, forme di commercio. E’ il caso dell’ossidiana, proveniente dalle isole Eolie. Nella successiva fase della civiltà Eneolitica, nell’età dei metalli, tra il terzo ed il secondo millennio a.C., si specializzarono ulteriormente i processi produttivi introdotti nel neolitico, e l’artigianato ceramico assunse sempre più le forme di una manifestazione artistica, soprattutto per ciò che concerne le decorazioni che compaiono sui manufatti, sempre più particolareggiate e raffinate, ma anche per quanto riguarda la varietà delle forme che vengono prodotte. Senza dubbio, però, la maggiore rivoluzione avvenuta in questo periodo riguarda un nuovo processo tecnologico che permetteva la creazione di manufatti completamente innovativi: la metallurgia. Gli uomini si spingono ormai oltre i confini conosciuti per recuperare i metalli e le materie prime necessarie, mentre altri sconvolgimenti interessano la società, sempre più dominata dalla componente maschile che assume anche la funzione del guerriero, dotato di armi in metallo per difendere la propria comunità. Non è facile capire se questo schema sociale sia il risultato di influenze esterne o, piuttosto, se nascesse in loco. Sicuramente una intensa rete di scambi, che evidentemente non erano solo materiali, ma anche soprattutto culturali, doveva essere attiva tra le popolazioni del bacino del mediterraneo già a quei tempi. La crescita culturale del Salento fu sicuramente accellerata dal contatto con la cultura Micenea (una delle culture maggiormente sviluppate in quel periodo ed erede della ricca civiltà Minoica). Testimonianza diretta di questi intensi scambi ci viene dallo storico Erodoto secondo cui “i Cretesi – Micenei, di ritorno da una spedizione in Sicilia, dove avevano cercato in vano Minosse, furono gettati da una tempesta in Japigia (la penisola salentina, appunto) e, non avendo più possibilità di far ritorno a casa, vi rimasero e si trasformarono in Japigi – Messapi”, cioè abitanti di una nuova terra, la Messapia, terra tra due mari. L’etimologia della parola “Messapia” è mista e deriva in parte dalla parola greca mésos (mediana, di mezzo) in parte da una parola dell’antica lingua degli Sciiti, apia (terra). La parola Messapi, dunque non vorrebbe dire altro che “Mediterranei”, indicando una popolazione che vive in una “terra di mezzo”, come il Salento, appunto, lembo di terra tra due mari. Questa fu una cultura dall’esuberante personalità, in grado di competere e di fronteggiare la prepotenza delle città magno greche che furono successivamente fondate nei territori del nord della Puglia, a partire da Taranto. Una cultura forte dunque, che impone le proprie regole sociali, religiose. Tutto ciò emerge chiaramente dagli scavi archeologici che sono in corso in diversi siti del Salento: Cavallino, Vaste, Ugento, Muro Leccese, Roca Vecchia ed altri. Dalle ricerche risulta evidente il passaggio, ad un certo punto della loro esistenza, nella prima metà del I millennio a. C., da una comunità di villaggio, alle prime forme proto urbane che denunciano una crescita della popolazione ma anche un’organizzazione nuova e più consapevole delle risorse a disposizione. Una personalità tanto forte dicevamo, da influenzare persino la successiva cultura greca che non riuscirà, comunque, a soppiantare del tutto la cultura Messapica nel Salento così come riuscì a fare in altre località del sud Italia. Anche sotto l’aspetto religioso, la civiltà Magno–Greca dovrà trovare un modo per convivere con la precedente cultura Messapica. E’ così che alcune divinità proprie di questi popoli, vennero assimilate alle antiche divinità greche. Il dio messapico Batas, venerato certamente nella grotta Porcinara a Leuca, sede e meta dei pellegrinaggi rituali delle comunità messapiche della zona, divenne per i greci Zis Batas, in un processo di assimilazione che sembra assumere i contorni di un adattamento culturale da parte della civiltà greca alla forte personalità messapica. Ancora una volta, a Roca Vecchia, si può notare un processo simile che riguarda il culto della divinità marittima di Thaotor Andirahas, culto praticato nella bellissima grotta della Poesia, ubicata nella marina di Melendugno, pochi chilometri a nord di Otranto. Il nome della divinità appare nella forma citata poc’anzi nelle incisioni più antiche, riferibili al pieno periodo messapico, ma compare anche in una forma, diciamo così, “latinizzata” nelle più tarde incisioni romane come Tutor Andraius, a dimostrazione che anche la potente cultura romana, che pure riuscì a vincere e soppiantare la messapica, dovette cedere sotto molti punti di vista. I Messapi furono dunque una popolazione con un carattere particolarmente incisivo ed una organizzazione socio-politica tale da riuscire a fronteggiare il tentativo di espansione magno greca operato da Taranto nel V sec a.C. Nel 473 infatti, Taranto subì una cocente sconfitta ad opera dei Messapi che, coalizzandosi, riunirono le loro forze e sbaragliarono il pur potente esercito magno-greco. I Messapi dovettero però soccombere poco più tardi, quando un’altra potenza, ben più salda e forte, si affacciò su questa terra di confine, da sempre ambita per le opportunità commerciali che offriva, rendendo possibili gli scambi con le terre d’Oriente e con tutto il bacino del Mediterraneo: Roma. L’avvento romano, avvenuto in varie battute nell’arco del III sec. a.C. (la data del 266 a.C. è ritenuta quella ufficiale per l’annessione del Salento allo Stato di Roma, anche se numerose città messapiche, ancora durante la guerra Annibalica – seconda guerra punica, 218/201 a.C. - si schierano con Annibale contro la potenza romana), determina la fine della cultura messapica. La guerra contro i Cartaginesi di Annibale fu l’ultima speranza per i Messapi di ritornare all’antica gloria e, in questa occasione, si schierarono al fianco di Taranto, appoggiando Annibale e tutti gli oppositori alla crescente potenza romana, compreso Filippo il Macedone, il quale inviò una flotta nel Salento in supporto a questa azione di resistenza. Lo sbarco delle truppe Macedoni fu però contrastato da Brindisi, l’unica città salentina filo-romana, trasformata in colonia già nel 244 a.C. a dimostrazione dell’importanza per i romani di avere una “finestra”sull’oriente. La storia fece il suo corso e la sconfitta degli oppositori fu punita duramente dai romani, tanto che Taranto divenne niente di più che una semplice base militare di appoggio a Brindisi, perdendo per sempre l’antico lustro, oltre che ogni diritto, compreso quello di coniare monete. Roma non perdonò neanche l’azione delle ignobiles Urbes (così definite da Tito Livio), ossia delle città messapiche, le cui genti furono ridotte in schiavitù e i cui territori entrarono a far parte dell’ager pubblicus, ovvero del territorio demaniale. In seguito, nel 123 a.C. con le leggi agrarie di Caio Gracco, gli immensi latifondi pugliesi vennero divisi in numerose centuriazioni, ossia lotti pari a cento iugeri ciascuna, delimitati da cippi o da tracciati stradali ancora oggi visibili in molti tratti o ripresi dai muretti a secco che delimitano le moderne proprietà. In questo modo si completa la romanizzazione del Salento che comporta un quasi totale abbandono dei centri rurali a tutto vantaggio dei centri urbani, primo fra tutti Lecce, con l’istituzione di vari municipia romani. Vengono costruite, in questo periodo, strade di collegamento tra i vari centri abitati, acquedotti, terme, teatri ed anfiteatri che arricchiscono le città salentine e contribuiscono a mutare le abitudini e lo stile di vita dei nuovi cittadini romani. Oggi è possibile ammirare tutti questi monumenti, vere e proprie gemme che impreziosiscono i centri storici di molte città salentine a cominciare da Lecce, in cui la solennità dell’architettura romana convive e si lega, in un virtuale abbraccio che attraversa i secoli, alla sontuosa ed esuberante bellezza dei monumenti barocchi di cui questa città è ricca. Questa estrema provincia dell’impero romano vive nei primi secoli dell’era cristiana un periodo di particolare fortuna. Centro del Mediterraneo, crogiolo di culture e crocevia di scambi tra le popolazioni più attive da un punto di vista commerciale e culturale, il Salento si trova in questo periodo nel mezzo della vita economica del più grande impero della storia. Un momento di così alta fortuna sarà rivissuto da questa regione solo dopo decine di secoli dalla caduta dell’impero romano d’Occidente. La fase di declino dell’impero, infatti, corrisponde ad una generale regressione che coinvolge indistintamente tutta la provincia imperiale. In un quadro di generale dissesto occorre però evidenziare la particolare combinazione di fattori positivi che portò a considerare questa parte dell’impero un’oasi quasi di benessere nel generale contesto di degrado sociale ed economico in cui versavano altre zone d’Italia. Questi fattori positivi possono essere individuati nella tenacia dei suoi abitanti che, a detta dello stesso Orazio, erano estremamente operosi nel vincere gli svantaggi della natura. L’agricoltura pugliese, infatti, si dimostrava, anche in quel periodo, in grado di soddisfare le richieste dell’esportazione ed era considerata dalla Capitale una preziosa riserva di vino, di olio e di cereali in tutta la sua estensione. Un altro fattore che determinò una relativa tranquillità in un generale clima di disagio fu la posizione geografica del Salento, lontano dai territori maggiormente colpiti dalle scorribande delle orde barbariche e naturalmente difeso dai due mari che lo circondano. Le incursioni dei popoli provenienti dal nord dell’impero, interessarono prevalentemente la parte settentrionale dell’Italia e qui determinarono un generale clima di disagio e di sfiducia oltre che, naturalmente, distruzione e impoverimento. torna su
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